O solitario, vago, ignoto cuco

      O solitario, vago, ignoto cuco,
       tuba d’amor, che per li verde prati
       gli amanti svegli e fai tutti avisati
       quando incomincia il dolce badaluco,
5        bench’io non sia caduto nel trabuco
       di quei che sono a morte confinati,
       quand’io rimembro e compagni passati,
       odendo el canto tuo tutto me struco:
       perché, guardando al ciel, bicorna luna
10        m’apparve tal, che quanto dura il giorno
       l’un me percote, e l’altro a l’ora bruna.
       Di che pensieri assai mi surge intorno,
       che questa maladetta de Fortuna
       non voglia farmi un tradimento adorno.
15        Ma faccia pur, ch’io vado e son armato:
       Amor m’aiuti che m’ha nutricato.

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PARAFRASI

O solitario, errante e misterioso cuculo, tromba dell’amore, che per i verdi prati tieni desti e circospetti gli amanti quando comincia il dolce trastullo (amoroso), sebbene io non sia caduto nel trabocchetto di coloro che sono stati condannati a morire (d’amore), quando ricordo i miei compagni perduti, sentendo il tuo canto, mi struggo tutto: infatti, guardando il cielo, mi è apparsa una luna con due corni, tali che uno di loro mi colpisce per tutto il giorno, l’altro quando si fa notte. Perciò mi vengono intorno molti timori che questa maledetta Fortuna non voglia prepararmi un bello scherzo a tradimento. Ma che faccia pure, perché io procedo e sono ben difeso: mi aiuti Amore, che mi ha fatto crescere.

COMMENTO

Il canto del cuculo nell’oscurità trasmette agli amanti il segnale per dare inizio alle dolci schermaglie amorose, ma rende anche timoroso il poeta, che si vede preso di mira dai due corni della luna e teme che la Fortuna gli tenda un tranello. Ha tuttavia fiducia in Amore, che lo proteggerà e che gli ha dato vita. Il sonetto caudato, con la sua vena melodica vagamente misteriosa e notturna, in cui domina la sonorità profonda e cupa delle rime in -uco e in -una, sembra particolarmente adatto per essere accompagnato dalla musica di questo cantautore trecentesco.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Francesco di Vannozzo (Padova 1330/40 - Milano dopo il 1389), figlio di Vannozzo di Bencivenne, abbiente lanaiolo di Arezzo trasferitosi a Padova, è un poeta di corte che vive presso i signori di Verona (dal 1363, presso Cansignorio Della Scala), di Padova (1371), di Venezia (1372), di nuovo di Verona (fino al 1387), e infine di Milano (dal 1379 alla morte), facendo di tutto (araldo, giullare, cantastorie, musico, suonatore di arpa e liuto, soldato) e scrivendo di tutto: il suo canzoniere - ispirato ai grandi modelli di Dante e del Petrarca - comprende 4 frottole, 4 ballate, 2 madrigali, 5 canzoni e 153 sonetti (alcuni d’incerta attribuzione), di soggetti diversissimi (amorosi, storici, satirici, morali), usando forme sperimentali (nuovi vocaboli, acrostici, rime composte) tipicamente venete, spesso con effetti comici e caratterizzate da una grande varietà di tratti linguistici (il toscano dei genitori, il padovano, il veneziano, il lombardo, il francese e il provenzale). Suo è anche Se Dio m’aide, il più antico mariazo (la frottola per nozze, in pavano, che in seguito, trasformata in componimento drammatico, sarà elevata a forma d’arte dal Ruzzante e da Andrea Calmo).