Isplendïente

      Isp[l]endïente
       stella d’albore
       e pïagente
       donna d’amore,
5        ben lo mio cor, c’ài in tua balìa,
       da voi non si diparte, in fidanza;
       or ti rimembri, bella, la dia
       che noi fermammo la dolze amanza.
       Bella, or ti sia
10        [a] rimembranza
       la dolze dia
       e l’alegranza
       quando in diporto istava con vui,
       basciando dicìa: “Anima mia,
15        lo dolze amore, ch’è ’ntra noi dui,
       non falsasse per cosa che sia”.
       Lo tuo splendore
       m’a[ve] sì priso,
       di gioi d’amore
20        m’a[ve] conquiso,
       sì che da voi non a[u]so partire,
       e non faria se Dio lo volesse;
       ben mi por[r]ia adoblar li martire,
       se ’nver voi fallimento facesse.
25        Donna valente,
       la mia vita
       per voi, più gente,
       è ismarita:
       la dolze aita è lo conforto
30        membrando ch’èite a lo mio brazo
       quando scendesti a me in diporto
       per la finestra de lo palazo.
       Al[l]or t’èi, bella,
       i[n] mia balìa,
35        rosa novella,
       per me temìa.
       Di voi presi amorosa ve[n]gianza;
       oi ’n fide rosa, fosti patuta!
       Se ’n mia baglia avesse Spagna e Franza,
40        non averei sì ric[c]a tenuta!
       Ch’io [mi] partia
       da voi intando
       dicivi a mia
       [in] sospirando:
45        “Se vai, meo sire, e fai dimoranza,
       ve’ ch’io m’arendo e faccio altra vita,
       già mai non entro in gioco, nè in danza,
       ma sto rinchiusa più che romita”.
       Or vi sia a mente,
50        [oi] donna mia,
       che ’ntra la gente
       v’èi in balìa.
       Lo vostro core non fals[ï]asse:
       di me, bella, vi sia rimembranza!
55        Tu sai, amor, le pene ch’io trasse.
       Chi ne diparte mora in tristanza!
       Chi ne diparte,
       fiore di rosa,
       non ab[b]ia parte
60        in buona cosa,
       che Deo fece l’amor dolce e fino.
       Di due amanti, che s’amar di core,
       as[s]ai versi canta Giacomino,
       ora, che s[i] [di]parte di reo amore.

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PARAFRASI

Stella risplendente dell’alba e avvenente signora dell’amore, il mio cuore, che tieni in tuo potere, non si separa mai, in fede, da voi; adesso ricordati, bella, il giorno che noi abbiamo pattuito il dolce essere (reciprocamente) innamorati. Bella, adesso ricordati il dolce giorno e la gioia quando in lieta compagnia stavo con voi, e baciandovi dicevo: “Anima mia, io non tradirei per nessun motivo il dolce amore che è tra noi due”. Il tuo splendore mi ha tanto preso, di gioia d’amore m’ha (talmente) conquistato, che non posso separarmi da voi, e non lo farei neppure se Dio lo volesse; potrebbe anche raddoppiarmi il doloroso castigo se io mi comportassi male nei vostri confronti. Donna eccezionale, la mia vita per voi, più nobile, è fatta più incerta: il dolce aiuto è il conforto di ricordare che ti ho avuta tra le mie braccia quando scendevi verso di me, per la nostra contentezza, dalla finestra del palazzo. Allora ti ebbi, bella, in mio potere, rosa novella, ed esitavo. Di voi mi presi una vendetta amorosa; o vera rosa, fosti sfiorata! Se avessi in mio potere la Spagna e la Francia, non avrei un possedimento più ricco! Mentre io mi allontanavo da te tu mi dicevi sospirando: “Se vai via, mio signore, e ti trattieni (lontano), bada che io lascio tutto e farò un’altra vita (più dimessa e ritirata), non parteciperò più a giochi o danze, ma starò rinchiusa più che un’eremita”.. Ora ricordate, o donna mia, che tra tutti vi ho avuta in mio potere. (Vorrei che) il vostro cuore non mi tradisse: bella, ricordatevi di me! Tu sai, amore, le pene che ho avuto. Chi ci separa, possa morire dolorosamente! Chi ci separa, fiore di rosa, non condivida nulla di buono, ché fu Dio a creare l’amore dolce e raffinato. Su due innamorati, che si amarono con tutto il cuore, molti versi canta Giacomino, ora, che prende le distanze dagli amori dappoco.

COMMENTO

Giacomino Pugliese è uno dei maggiori esponenti della Scuola siciliana e, con Rinaldo d’Aquino, tra i più antichi. Il suo più noto componimento, il "compianto" funebre in morte dell’amata, Morte perché m'ài fatta sì gran guerra, è il primo, assieme a quello di Pier della Vigna, della letteratura nazionale, poi seguito da quelli di Dante e del Petrarca. Una versione venetizzata, recentemente rinvenuta, di parte della canzone Isplendïente - il cosiddetto “frammento zurighese” - risale al 1234 circa. Oltre che al filone aulico di osservanza provenzale, il Pugliese si mostra interessato anche a ritmi e temi più "sentimentali" e "appassionati": la sua amata, “bella” (aggettivo ripetuto quattro volte) e “dolce” (cinque volte), sembra più una vera donna da baciare e abbracciare che un’elegante indossatrice da sfilata di moda. La canzone è composta di otto strofe di quattro quinari e quattro decasillabi; a meno che anche i primi quattro versi di ciascuna strofa non siano a loro volta una coppia di decasillabi composti da doppi quinari con rima al mezzo, forse d’appoggio per gli accordi iniziali, otto volte ripetuti, di un accompagnamento musicale.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Giacomino Pugliese (prima metà del XIII secolo) è assai apprezzato dai suoi contemporanei, che ce ne hanno tramandato otto componimenti (sette canzoni e un discordo), nonché dalla critica del XIX secolo, che ne ha avvicinato alla tradizione trobadorica e giullaresca del canto e della danza le strutture formali e metriche e i temi della poesia cortese. Per il resto, nonostante tante ricerche e ipotesi, la sua figura rimane pressoché sconosciuta, benché forse lo si possa identificare con il pugliese Iacopo de Morra, podestà di Treviso per tre volte dal 1234 al 1239 e in contrasto con l’imperatore Federico II.
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