dalla Giostra delle virtù e dei vizî

      Or quisti so’ li exerciti ke sempre se combacte
       nu lor peregrinaiu.
       L’unu è de Babillonia: per lu engannu e per l’arte
       fay spissu gran dampnaiu,
5        ché homo né demonia né vitia de ria parte
       ly pò stare in visaiu.
       L’altru è de Yerosolima, ke porta arme sì facte
       et aste de vantaiu.
       Oramay ve diraio
10        le mortale ferute,
       ke so’ quete et acute
       perché fer spirtualmente.
       Quilli de Yerosolima, porta rosce bandere;
       la insengna ày facta ad cruce,
15        e portala ne scudura e nu elmu e ne lamere
       ke tucte quante luce.
       Quilli de Babillonia porta bandere nigre:
       la Superbia le adduce;
       per lora insengna portace, multo forte ad vedere,
20        un serpente feroce.
       Contra questa sy accorrece
       la Humilitate dingna:
       porta la sancta insengna
       ke ly turba la mente.
25        Inprimamente tragese la Fede palladina
       ne lu canpu ad ferire.
       La Sperança seguiscela, de gran confortu plena
       desfine a lo morire;
       coltellu ad latu portase de fervente doctrina,
30        ke on’homo fay morire.
       Trovò la Risia perfida ke con Scisma confina,
       tosto la fe’ fugire
       et de morte morire
       cum ferute doliose
35        et arme glorïose
       de scriptura lucente.
       Vedendo ‘l capitaniu de la confusïone
       k’era sconficta la hoste,
       commandò a la Superbia ke tenda ’l pavelione
40        e prenda munti e coste;
       la Humilitate prendere e mecterla in presione:
       facçalo e no i dia soste;
       fosse celate facçali cupe de gran raione;
       poy li pona bon poste,
45        e pistela et ammoste
       ke perda lu valore,
       acçò ke lu soy honore
       non resista nïente.

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PARAFRASI

Ecco, questi sono gli eserciti che si combattono sempre nel loro pellegrinaggio. L’uno è (quello) di Babilonia: con l’inganno e con gli artifici fa spesso grandi danni, (tali) che né uomo, né demonio, né vizi dalla parte del male gli possono stare a fronte. L’altro è di Gerusalemme, che porta armi somiglianti e lance molto efficaci. Adesso vi racconterò le ferite mortali, che sono silenziose e profonde perché feriscono spiritualmente. Quelli di Gerusalemme portano bandiere rosse;hanno l’insegna fatta a croce, e la portano negli scudi e sull’elmo e nelle armature che scintillano tutte quante. Quelli di Babilonia portano bandiere nere: le guida la Superbia; come insegna portano, terribile a vedersi, un serpente feroce. Contro di lei si precipita la meritoria Umiltà: porta l’insegna santa che perturba il loro animo. Per prima scende in campo a combattere come paladina la Fede. La segue la Speranza, piena di grande coraggio fino a morire; porta al fianco un coltello di fervida dottrina, che fa morire ogni nemico. Trovò la perfida Eresia che confina con lo Scisma, e subito la mise in fuga e la fece morire con dolorose ferite (delle) gloriose armi dall’insegna splendente. Il comandante (di Babilonia, la città) della confusione, vedendo che l’esercito era sconfitto, ordinò alla Superbia che rizzi la propria tenda e occupi montagne e alture; che catturi l’Umiltà e la chiuda in prigione: che lo faccia senza concedere soste; prepari fossati nascosti, molto profondi, nei quali appresti trappole, e le compatti e le comprima affinché (l’avversario) s’indebolisca, in modo che il suo valore (di combattente) non opponga alcuna resistenza.

COMMENTO

La grande battaglia, nella quale sono comprese anche tattiche e astuzie belliche, tra le forze del bene (quelli di Gerusalemme), guidate da Umiltà, Fede, Speranza e da una fitta schiera di Virtù, che saranno vittoriose, e quelle del demonio (quelli di Babilonia) capitanate da Superbia, Eresia e Scisma e da altrettanti Vizi, è preceduta da un’araldica sfilata di variopinte insegne e bandiere come nei tornei (‘giostre’) medievali. La sequela di duelli è ispirata alle analoghe descrizioni della poesia epica delle canzoni di gesta, dalla Chanson de Roland in poi, animate da una religiosità guerriera e ottimistica, tesa a convincere un pubblico laico e popolare.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


BIO AUTORE
Il poemetto allegorico anonimo Giostra delle virtù e dei vizî, di 636 versi, appartiene alla poesia didattica dell’Italia centrale. Nato in area marchigiana, risale probabilmente agli ultimi anni del XIII secolo. D’ispirazione francescana, riecheggia la Psychomachia di Prudenzio e il De pugna spirituali o De conflictu vitiorum et virtutum attribuito a san Bernardo di Chiaravalle. Le 53 strofe di questa ballata sono composte di alessandrini (doppi settenari, con il primo quasi sempre sdrucciolo) e di settenari, rimati o assonanzati secondo uno schema rigido (compresa la rima in -ente o in -entu alla fine di ciascuna strofa).
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