Figura de putela

      Davanti una vetrina,
       che se spècia i colori
       ciari de la matina,
       ’na garzona ghe xe, col scatolon
5        sul brazzo, co la fronte sul lastron.
       Sun una gamba sola
       la sta; e el pie de l’altra,
       lassada cascar mola,
       la lo nina. Le scarpe che la ga
10        xe quele che la mistra ghe ga dà.
       Dal viso solo un poco
       se ghe vedi, un rosseto;
       ’na rècia, el colo, un fioco.
       Sora el covèrcio, bela, xe una man
15        de pìcia, là pozada, una sua man.
       Un pitor, co’l ga ciolta
       zo ’na figura, altro
       no’ ’l fa. Cussì stavolta
       fazzo anca mi. Meto ancora un fiatin
20        de rosa su le calze, un cincinin
       quel nastro d’i cavei
       fazzo ancora più scuro;
       e meto zo i penei.
       Altro de far, altro no’ go de dir:
25        che ben ghe vòio, ’nidun pol capir.
       La lasso parlar ela;
       che sola la ve conti
       quel che la varda in quela
       vetrina, quel che la pensa, ormai là
30        ferma par sempre, quel che in cuor la ga.

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PARAFRASI

Figura di ragazzina. Davanti a una vetrina, dove si specchiano i colori chiari della mattina, c’è un’apprendista, con lo scatolone sotto il braccio, con la fronte sul vetro. Sta su una gamba sola; e il piede dell’altra, lasciata cadere mollemente, lo dondola. Le scarpe che ha sono quelle che le ha dato la padrona. Del viso se ne vede solo un poco, un po’ di rosso; un’orecchio, il collo, un fiocco. Sopra il coperchio, bella, c’è una mano di bambina, posata là, una sua mano. Un pittore, quando ha abbozzato una figura, non fa altro. Anch’io stavolta faccio così. Metto ancora un pochino di rosa sulle calze, faccio appena appena più scuro quel nastro dei capelli; e metto giù i pennelli. Non ho altro da fare, altro da dire: che le voglio bene, ognuno può capirlo. Lascio parlare lei; che vi racconti da sola quello che guarda in quella vetrina, quello che pensa, ormai ferma là per sempre, quello che ha nel cuore.

COMMENTO

Questa lirica, da Caprizzi, canzonete e storie, è datata settembre 1927; sono sei strofe di tre settenari e due endecasillabi, ricchi di enjambements (in cui la fine di un verso non coincide con la fine della frase e questa continua nel verso seguente), dal ritmo quasi danzante. Pittore prima che poeta, Giotti realizza una sorta di lieve acquerello in un dialetto chiaro e pulito che - come è stato detto - alla scelta formale di Umberto Saba, che parte dall’italiano illustre per giungere a una lingua popolare, contrappone l’opposto procedimento di muovere da un dialetto triestino decantato e sublimato verso una sorta di lingua assoluta. (Racconta Pier Paolo Pasolini che, interrogato sul perché in famiglia non parlasse in dialetto, Giotti rispose che non si può usare per la vita quotidiana 'la lingua della poesia'). La tenera immagine “ferma per sempre” della ragazzina in contemplazione della vetrina, sotto lo sguardo affettuoso del poeta, parrebbe più eloquente delle stesse parole; anche se soltanto grazie a queste, e alla loro semplicità altamente lirica, nasce e si fissa nella memoria.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Virgilio Giotti è lo pseudonimo - tratto dal cognome della madre, Emilia Ghiotto - di Virgilio Schönbeck (Trieste 1885 - 1957). Dal 1907 vive in Toscana, venendo a contatto con il gruppo fiorentino degli intellettuali giuliani intorno alla rivista Solaria. Nel 1920 torna nella città natale, lavorando come impiegato. La sua tranquilla esistenza è turbata da gravi dolori familiari: perde due figli, volontari nella campagna di Russia, e la moglie caduta in una quieta follia. Oltre al diario Appunti inutili (1957) e a un volume postumo di Racconti (1977), pubblica un Piccolo canzoniere in dialetto triestino (1914), Il mio cuore e la mia casa (1920), Liriche e idilli (1931), varie raccolte in dialetto riunite in Colori: Caprizzi, canzonete e storie (1928), Colori (1941), Sera (1946), Versi (1953), più volte ristampati fino all’edizione critica Colori (1997).
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