Sei anni ho travagliato

MAZZEO DI RICCO

      Sei anni ho travagliato
       in voi, madonna, amare,
       e fede v’ho portato
       più assai che divisare
5        né dire vi poria.
       Ben ho caro acat[t]ato
       lo vostro inamorare,
       che m’ha così inganato
       con suo dolze parlare
10        ch’i’ già no ’l mi credia.
       Ben mi menò follia
       di fantin veramente,
       che crede fermamente
       pigliar lo sol ne l’agua splendïente
15        e stringere si crede lo splendore
       de la candela ardente,
       ond’ello inmantenente
       si parte e piange, sentendo l’ardore.
       S’eo tardi mi so’ adato
20        de lo meo folleg[g]iare,
       tegnomene beato,
       poi ch’io sono a lasciare
       lo mal che mi stringia:
       ché l’omo ch’è malato,
25        poi che torna in sanare,
       lo male c’ha passato
       e lo gran travagliare
       met[t]e in obria.
       Oi lasso, ch’io credia,
30        donna, perfettamente
       che vostri affetamente
       pas[s]assero giachi[n]ti stralucente:
       or veg[g]io bene che ’l vostro colore
       di vetro è fermamente
35        che sanno sag[g]iamente
       li mastri contrafare a lo lavore.
       Speranza m’ha ’ngannato,
       e fatto tanto er[r]are
       com’omo c’ha giucato
40        e crede guadagnare
       e perde ciò ch’avia.
       Or veg[g]io ch’è provato
       zo ch’aud[ï]o contare,
       c’assai ha guadagnato
45        chi si sa scompagnare
       da mala compagnia.
       A meve adivenia
       como avene sovente
       chi ’mpronta buonamente
50        lo suo a mal debitore e scanoscente:
       imperciò ch’al malvagio pagatore
       vaci omo spessamente
       e non pò aver neiente,
       ond’a la fine ne fa richiamore.

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PARAFRASI

Ho penato per sei anni per amare voi, madonna, e vi sono stato fedele più di quanto io vi possa descrivere o dire. Ho davvero acquistato a caro prezzo il vostro amore, che mi ha tanto ingannato con le sue dolci parole quanto io non avrei mai creduto. Davvero mi ha fatto da guida una stoltezza come quella di un bambino, che crede davvero di prendere il sole che brilla (specchiandosi) nell’acqua, di stringere la fiamma della candela che brucia, e subito se ne distacca e piange per aver provato il dolore (della scottatura). Se mi sono accorto tardi del mio sciocco comportamento, mi considero fortunato, perché sto per lasciare il male che mi teneva stretto: perché chi è ammalato, quando torna in salute, dimentica del tutto il male che ha passato e le grandi sofferenze. Ah, povero me, o donna, che credevo davvero che le vostre doti superassero (in splendore) i lucentissimi giacinti: adesso vedo chiaramente che il vostro colore è davvero come quello del vetro, che i maestri artigiani sanno abilmente imitare con il loro lavoro. La speranza mi ha ingannato, e fatto tanto sbagliare quanto un uomo che ha giocato credendo di vincere e perde tutto quello che aveva. Mi accorgo che è vero quello che ho sentito dire, che ci guadagna chi sa separarsi da una cattiva compagnia. Mi accadeva come avviene spesso a chi in buona fede fa un prestito a un debitore disonesto e ingrato: che poi richiede frequentemente (il dovuto), e non riesce a ottenere nulla, e alla fine deve sporgere denuncia.

COMMENTO

La canzone, rigidamente strutturata in tre strofe di settenari ed endecasillabi, di diciotto versi, unissonans (con le stesse rime, ababc, ababc, cddD, EddE), è una sorta di versione di Sitot me soi a tart aperceubutz di Folchetto di Marsiglia (ispiratore di molte composizioni della scuola siciliana, che lo considera un ‘classico’) e appartiene al filone del commiato erotico, sottogenere ben attestato presso i trovatori. L’innamorato è come un bambino che s’illude o un giocatore d’azzardo destinato a perdere; la donna lungamente e vanamente amata è lusingatrice e di poco valore; essersene liberati è una fortuna. Il finale, però, con l’immagine di chi è costretto a denunciare un debitore insolvente cui aveva buonamente prestato fiducia, rimane piuttosto amaro, come la fine di un amore sbagliato.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


BIO AUTORE
Mazzeo di Ricco (XIII sec.), notaio di Messina, vive alla corte di Federico II dopo la morte dell’imperatore, al tempo di Corrado IV, poi di Corradino e, dal 1258, di Manfredi, in quello che Gianfranco Contini ha definito il “laboratorio messinese”, culturalmente molto vivace. Strettamente collegato alla tradizione lirica provenzale, Mazzeo lascia sei canzoni d’argomento amoroso e un sonetto moraleggiante, in parte ispirati alle composizioni dei trovatori. La sua corrispondenza con i toscani Bonagiunta da Lucca e Guittone d’Arezzo lo rende un saldo anello di congiunzione tra la poesia provenzale, la scuola siciliana - giunta al suo pur luminoso tramonto - e quella siculo-toscana.
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