Mamma, lo temp’è venuto

      Mamma, lo temp’è venuto
       ch’eo me voria maritare
       d’un fante che m’è sì plazuto
       nol te podrïa contare.
5        Tanto me plaze ’l so fatto,
       li soi portament’e i scemblanti
       che, ben te lo dico entrasatto,
       sempre ’l vorïa aver davanti;
       e ’l drudo meo ad onne patto
10        del meo amor vòi’ che se vanti.
       Matre, lo cor se te sclanti
       s’tu me lo vòi contrariare.
       Eo te ’l contrario en presente,
       figliola mia maledetta:
15        de prender marito en presenti
       troppo me par ch’aibi fretta.
       Amico non hai né parente
       che ’l voglia, tant’èi picoletta.
       Tanto me par’ garzonetta,
20        non èi da cotai fatti fare.
       Matre, de flevel natura
       te ven che me vai sconfortando
       de quello ch’eo sun plu segura
       non fo per arme Rolando
25        né ’l cavalier sens paura
       né lo bon duso Morando.
       Matre, ’l to dir sia en bando,
       ch’eo pur me vòi’ maritare.
       Figlia, lo cor te traporta.
30        né la persona non hai:
       tosto podriss’esser morta
       s’usassi con om, ben lo sai.
       Or, figlia, per Deo, sii acorta
       né no te gli ametter zamai,
35        ch’a la ventura che sai
       morte ’n pudrisse portare.
       Matre, tant’ho ’l cor azunto,
       la voglia amorosa e conquisa,
       ch’aver voria lo meo drudo
40        visin plu che non è la camisa.
       Cun lui me staria tutt’a nudo
       né mai non voria far devisa:
       eo l’abrazaria en tal guisa
       che ’l cor me faria allegrare”.

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PARAFRASI

“Mamma, è venuto il momento che io vorrei sposarmi con un ragazzo che mi piace tanto da non potertelo descrivere. Tanto mi piacciono il suo aspetto, il suo portamento e i suoi lineamenti che, te lo dico senz’altro, vorrei averlo sempre davanti a me; e voglio a ogni costo che il mio innamorato possa proclamare che io l’amo. Mamma, che ti si spezzi il cuore se tu vuoi impedirmelo”. “Te lo impedisco subito, figliola mia maledetta: di prendere marito adesso mi sembra che tu abbia troppa fretta. Non hai amici né parenti che vogliano che accada, tanto sei ancora giovane. Mi sembri ancora così bambina, non sei ancora (in età) da fare cose del genere”. “Mamma, ti viene dalla tua natura apprensiva il fatto che tu mi vuoi dissuadere da quello di cui sono più sicura di quanto fosse, grazie alle sue armi, Orlando (il protagonista della Chanson de Roland), o il cavaliere senza paura (altro personaggio dell’epica francese) o il buon duca Morando (il tutore di Carlo Magno). Mamma, il tuo discorso non va ascoltato, perché io voglio assolutamente sposarmi”. “Figlia, il tuo cuore ti fa esagerare, e poi non hai neppure il fisico adatto: potresti anche morire, lo sai benissimo, se facessi l’amore con un uomo. Dunque, figlia, per l’amor di Dio, sta’ attenta a non concederti mai a lui, ché quel certo affare che sai ti potrebbe portare alla morte”. ”Mamma, ho il cuore così colpito, il desiderio così innamorato e conquistato, che vorrei avere il mio amato più vicino della mia camicia. Vorrei stare con lui tutta nuda, e non me ne vorrei mai separare: lo abbraccerei in modo tale che mi colmerebbe il cuore di felicità”.

COMMENTO

Questa ballata anonima, di carattere popolaresco, in ottonari accoppiati, con rima chiave finale in -are, è datata 1282 e, in una lingua dalle forme settentrionali (come sclanti per schianti’), evoca i personaggi della chanson de geste francese. Vi troviamo il primo esempio italiano di un genere poi molto diffuso, il ‘contrasto’ tra la ragazza che vuol prendere marito e la madre che non è affatto d’accordo. La mamma vuole convincere la figlia, con grande decisione (‘figliola mia maledetta’), che è troppo piccola, anche fisicamente, per fare l’amore con un uomo, e che potrebbe addirittura correre il rischio di morire. La figlia, a sua volta, manifesta non solo l’amore per il ragazzo, e il desiderio che lui possa manifestarlo orgogliosamente davanti a tutti, ma anche la voglia irresistibile di stringerlo fra le braccia, tutt’a nudo, il più a lungo possibile.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


I Memoriali bolognesi sono una raccolta di atti giuridici. A Bologna, città in questi anni particolarmente attiva nella cultura italiana, dal 1265 in poi è obbligatorio copiare i contratti privati su registri nei quali, alla fine di un atto, forse per prevenire che vi si aggiungano modifiche arbitrarie, i notai riempiono lo spazio bianco con formule, preghiere o poesie (di autori contemporanei, anonime o di loro invenzione), che così risultano sicuramente datate. Grazie a questo disponiamo di una serie di rime volgari, trascritte tra il 1279 e il 1325, che riporta, accanto a testi più ‘aristocratici’ dello Stil novo e di Dante (compresi tre versi dell’Inferno, III, 94-96, di cui rappresentano il più antico testimone a noi noto), nonché della scuola siciliana, di quella siculo-toscana e del bolognese di Guido Guinizelli, anche quelli più ‘umili’ della letteratura popolare e giullaresca.
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