Benedetta sia l’ora e la stagione

LORENZO MOSCHI

      Benedetta sia l’ora e la stagione
       e l’anno e ’l mese e ’l dì ch’i’ fu’ legato,
       da sì dolze catena incatenato
       i’ fui d’Amore in eterna prigione.
5        Benedetta la pena e l’affrizione
       che nel cor porto e quant’i’ ho sospirato
       e tutte quelle cose che m’han dato
       a farmi innamorar vera cagione.
       Benedetta colei che co’ begli occhi
10        mi passò il cor e fé ch’i’ non potei
       riparo fare agli amorosi stocchi.
       Benedetta colei che’ sensi miei
       signoreggia e che gli ha per modo tocchi
       d’altrui non posson esser che di lei.

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PARAFRASI

Siano benedetti l’ora e il momento e l’anno e il mese e il giorno in cui io sono stato legato da una catena tanto dolce nell’eterna prigione d’Amore. Benedetta la sofferenza e l’afflizione che porto nel cuore, e quanto ho sospirato, e tutte quelle cose che mi hanno offerto il vero motivo del mio innamoramento. Benedetta colei che con i suoi occhi belli mi ha trapassato il cuore e ha fatto sì che io non abbia potuto difendermi dalle stoccate dell’amore. Benedetta colei che domina i miei sentimenti e che li ha colpiti in modo tale (che) non possono appartenere a nessun’altra all’infuori di lei.

COMMENTO

Questo sonetto inizia come la parafrasi di quello, famoso, di Francesco Petrarca “Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese e l’anno” (Rime, LXI). Ciò mostra da parte di questo quasi sconosciuto rimatore non soltanto l’aderenza al grande modello, ma anche la conoscenza dell’argomento, il benedetto primo incontro con la donna amata, la cui ascendenza è chiaramente provenzale e poi stilnovista. E tale è la fama del tema che un poeta tanto irriverente quanto ben informato come Cecco Angiolieri, molti decenni prima, lo ha “capovolto” in negativo nel suo “Maledetta sia l’or’e ’l punto e ’l giorno / e la semana e ’l mese e tutto l’anno”. Lorenzo Moschi riprende il motivo petrarchesco, e vi aggiunge le immagini di Amore che incatena un uomo e degli occhi dell’amata che lo trafiggono come colpi di spada, a sua volta modificando il “che dà per li occhi una dolcezza al core” di “Tanto gentile e tanto onesta pare” della Vita nuova di Dante. E peraltro non gli si può negare un tratto personale: la musicalità del verso, che sgorga fluente con naturale e luminosa eloquenza.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


BIO AUTORE
Lorenzo Moschi (Firenze, seconda metà del XIV secolo) è un poeta di cui non si sa quasi nulla. Le sue rime sono contenute nel manoscritto 1103 della Biblioteca Riccardiana, nel quale il sonetto iniziale, Gli occhi che mi ferir sì dolciemente, è preceduto dalla dicitura “Sonetto dilorenzo moschi dafirenze”. I suoi versi sono ispirati sia dalla poesia stilnovista (come nel dittico di sonetti Iddio vi salvi, donne oneste e care e Ben vegni tu che per lo tuo parlare), sia al grande modello del Petrarca, come nei sonetti Rallegrati, querceto, e le tue fonde e Spirto, che fai che pur pensi d’amore e come soprattutto in questa lieta composizione.
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