La mia sera

      Il giorno fu pieno di lampi;
       ma ora verranno le stelle,
       le tacite stelle. Nei campi
       c’è un breve gre gre di ranelle.
5        Le tremule foglie dei pioppi
       trascorre una gioia leggiera.
       Nel giorno, che lampi! che scoppi!
       Che pace, la sera!
       Si devono aprire le stelle
10        nel cielo sì tenero e vivo.
       Là, presso le allegre ranelle,
       singhiozza monotono un rivo.
       Di tutto quel cupo tumulto,
       di tutta quell’aspra bufera,
15        non resta che un dolce singulto
       nell’umida sera.
       è, quella infinita tempesta,
       finita in un rivo canoro.
       Dei fulmini fragili restano
20        cirri di porpora e d’oro.
       O stanco dolore, riposa!
       La nube nel giorno più nera
       fu quella che vedo più rosa
       nell’ultima sera.
25        Che voli di rondini intorno!
       Che gridi nell’aria serena!
       La fame del povero giorno
       prolunga la garrula cena.
       La parte, sì piccola, i nidi
30        nel giorno non l’ebbero intera.
       Né io ... che voli, che gridi,
       mia limpida sera!
       Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
       mi cantano, Dormi! sussurrano,
35        Dormi! bisbigliano, Dormi!
       là, voci di tenebra azzurra ...
       Mi sembrano canti di culla,
       che fanno ch’io torni com’era ...
       sentivo mia madre ... poi nulla ...
40        sul far della sera.

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NOTE

27-8 La fame ... cena: La fame dei piccoli in un giorno in cui il temporale ha impedito che le rondini portassero loro la solita quantità di cibo.
31 Né io: e neanch’io (ho avuto la parte che mi aspettavo); eppure...
34 sussurrano: come in restano del v. 19, l’ultima sillaba ‘scivola’ all’inizio del verso seguente.
37 canti di culla: le ninne nanne della mamma.

COMMENTO

In composizioni come questa, del 1900, dai Canti di Castelvecchio - novenari a rime alterne chiusi da un senario monorimo - il maggiore poeta del decadentismo italiano mostra i suoi caratteri più ‘sinceri’, di uomo facile alla commozione, e quelli di artista consumato i cui versi, come lui stesso scrive, “cantano forte e non fanno / rumore”. Le piccole cose di un mondo rurale, enumerate con apparente familiarità, assumono un suono, un colore, un senso arcano, pieno di echi e di risonanze misteriose. La serie dei contrasti tra il maltempo e il tornare del sereno, nelle limpide luci serali, si dissolve (quanto diversamente dalla leopardiana Quiete dopo la tempesta!) nel suono delle campane, voci di tenebra azzurra: più che una ninna nanna, una sorta di formula incantatrice, verso un nirvana prossimo a una dolce morte.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, Forlì, 1855 - Bologna 1912) nel 1867 rimane orfano del padre, ucciso in un agguato; la sua vita ne sarà irrimediabilmente segnata. Allievo del Carducci a Bologna, socialista, nel 1879 è incarcerato per dimostrazioni di piazza; professore di lettere latine e greche a Matera, a Massa, a Livorno, poi alle università di Messina e di Pisa e di letteratura italiana a quella di Bologna, vince più volte il concorso di poesia latina di Amsterdam. Dopo la pubblicazione di Myricae (1891) vive a Castelvecchio, presso Barga (Lucca), con la sorella Maria (Mariù). Elabora la poetica del Fanciullino (1897), simbolo dei margini di purezza, di candore e di poesia che sopravvivono nell’uomo adulto. Pubblica i Canti di Castelvecchio (1903-1912), Primi poemetti e Poemi conviviali (1904),  Odi e inni (1906), Poemi italici, Canzoni di re Enzio, Poemi del Risorgimento (1908-11), Nuovi poemetti (1909). Dedica tre volumi a Dante: Minerva oscura, 1898; Sotto il velame, 1900; La mirabile visione, 1902).
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