I’ mi trovai, fanciulle...

      I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino
       di mezzo maggio in un verde giardino.
       Erano intorno vïolette e gigli
       fra l’erba verde, e vaghi fior novelli,
5        azzurri, gialli, candidi e vermigli:
       ond’io porsi la mano a côr di quelli
       per adornare e mie biondi capelli,
       e cinger di grillanda el vago crino.
       Ma poi ch’i’ ebbi pien di fiori un lembo,
10        vidi le rose, e non pur d’un colore;
       io colsi allor per empier tutto el grembo,
       perch’era sì soave el loro odore
       che tutto mi senti’ destar el core
       di dolce voglia e d’un piacer divino.
15        I’ posi mente quelle rose allora:
       mai non vi potrei dir quanto eron belle!
       Quale scoppiava dalla boccia ancora
       quale eron un po’ passe e qual novelle.
       Amor mi disse allor: “Va’ co’ di quelle
20        che più vedi fiorire in sullo spino”.
       Quando la rosa ogni sua foglia spande,
       quando è più bella, quando è più gradita,
       allora è buona a mettere in ghirlande,
       prima che suo bellezza sia fuggita.
25        Sì che, fanciulle, mentre è più fiorita,
       cogliàn la bella rosa del giardino.

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PARAFRASI

Un bel mattino alla metà di maggio, fanciulle, mi trovai in un giardino verdeggiante. Tutto intorno, nell’erba verde, c’erano violette, gigli e graziosi fiori appena sbocciati, azzurri, gialli, bianchi e rossi: e io tesi la mano per coglierne qualcuno per adornare i miei capelli biondi e per cingere con una ghirlanda la mia graziosa chioma. Dopo che ebbi riempito di fiori un lembo della veste, vidi le rose, e non di un solo colore; allora ne colsi da colmarmene tutto il grembo, perché il loro profumo era così soave che mi sentii destare tutto il cuore da un dolce desiderio e un piacere divino. Io mi fermai a guardare quelle rose con attenzione: non potrei mai dirvi quanto fossero belle! qualcuna stava ancora sbocciando, alcune erano un po’ appassite, altre appena fiorite. Amore allora mi disse: "Vai a cogliere quelle che vedi più fiorite sulle spine". Quando la rosa apre tutti i suoi petali, quando è più bella, quando è più ricercata, allora è adatta per fare ghirlande, prima che la sua bellezza sia sfiorita. E perciò, fanciulle, cogliamo la bella rosa del giardino mentre è al culmine della sua fioritura.

COMMENTO

Due sono i grandi temi classici, qui incrociati, della celebre “ballata delle rose”, nel sogno di una fanciulla in un bel mattino di primavera: la raccolta dei fiori (da Ovidio e da Dante in poi) e la caducità della bellezza, con l’invito a cogliere le rose della vita (da testi greci e da Catullo), esortazione carissima a molti poeti, tra i quali Lorenzo il Magnifico. La purezza del testo - in endecasillabi, dalle Canzoni a ballo, in cui alla “ripresa” XX, ripetuta ad ogni fine di strofa, seguono quattro strofe ABABBX - lo rende particolarmente emblematico dell’ideale umanistico della bellezza perfetta e dell’invito a vivere “qui e ora”, consci del suo irrimediabile declino.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Angelo Ambrogini, detto il Poliziano dal nome latino del luogo di nascita (Moltepulciano, Siena, 1454 - Firenze 1494), è il primo grande filologo in senso moderno e il maggiore poeta del XV secolo in Italia. Figlio di un notaio ucciso nel 1464, studia a Firenze; grecista e latinista, traduttore di alcuni libri dell’Iliade, nel 1473 è segretario di Lorenzo il Magnifico e precettore di suo figlio Piero; nel 1477 è sacerdote (sarà poi canonico nella cattedrale di Santa Maria del Fiore); nel 1479 lascia casa Medici in volontario esilio per Padova, Verona, Venezia e Mantova alla corte dei Gonzaga. Richiamato a Firenze nel 1580, è professore di retorica e di poetica nello Studio fiorentino. Tra le opere maggiori sono le Stanze per la giostra, poemetto in ottave dedicato a Giuliano de' Medici, il fratello di Lorenzo, rimasto incompiuto al secondo libro per l’assassinio dello stesso Giuliano nella congiura dei Pazzi (1478); la Favola d’Orfeo, uno dei primi testi teatrali italiani di argomento profano (1480); le Rime, con singole ottave (“rispetti spicciolati”), ballate e canzoni. Tra le opere latine: varie elegie, come quella per la morte di Albiera degli Albizzi (1473), le Miscellaneae (la I centuria è de 1480), le quattro Sylvae (Manto, 1482; Rusticus, 1483; Ambra, 1485; Nutricia, 1486).
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