da La Salmace

      Ei da la verde sponda
       con un salto leggero alfin spiccossi
       e guizzando ne l’onda
       inargentò di bianca spuma il lago.
5        Quivi si pone audacemente a nuoto,
       le belle braccia inarca,
       e mentre or le ristrigne, or le distende,
       con quell’arco d’avorio
       de la ninfa, che ’l mira, il cor saetta.
10        Disfà poscia quell’arco,
       e cangia forma al nuoto,
       e con uffizio alterno
       or questa, or quella man l’onda percote.
       Il piè leggiadro ancora
15        de la candida man s’accorda al moto,
       si distende con lei, con lei si stringe:
       quand’ella fende l’acque, egli le spinge.
       Parean le belle membra
       fra liquido cristal nevi guizzanti,
20        o tra lucido vetro
       candidissimi avori e gigli ascosi;
       e l’umidetto crine
       sovra l’acque parea
       quel vello d’or, cui già portò per l’onde
25        da le rive de’ Colchi il legno argivo.
       La ninfa arde e si strugge,
       stupida il ciglio e palpitante il core,
       e non è la sua vita altro ch’un guardo.

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PARAFRASI

Infine egli (Ermafrodito) con un balzo leggero si tuffò dal greto erboso e guizzando nell’acqua inargentò il lago di spuma bianca. Poi comincia audacemente a nuotare, piega ad arco le braccia, e mentre alternativamente le porta verso di sé e le distende, con quell’arco (formato dalle braccia) color avorio ferisce il cuore della ninfa, che lo sta guardando. Poi disfà quell’arco, e cambia il modo di nuotare, e alternando la bracciata ora una mano, ora l’altra schiaffeggia l’acqua: Anche il bel piede si sincronizza con il movimento della candida mano, si distende e si raccoglie con lei: quando lei fende l’acqua, anch’esso la spinge. Le belle membra parevano nevi guizzanti fra il cristallo liquido (dell’acqua), o attraverso un vetro trasparente avori bianchissimi e gigli nascosti, e i capelli bagnati sull’acqua sembravano quel vello d’oro che tanto tempo prima la nave greca (Argo, la nave degli Argonauti) aveva portato attraverso il mare dalle coste della Colchide. La ninfa arde e si strugge (d’amore), con gli occhi pieni di stupefatta meraviglia e il cuore palpitante, e la sua vita è tutta (concentrata) nel solo sguardo.

COMMENTO

Il poemetto La Salmace, in endecasillabi e settenari, è direttamente ispirato alla vicenda, narrata da Ovidio nel IV volume delle Metamorfosi, dell’amore non ricambiato della ninfa Salmace per il bellissimo Ermafrodito, figlio di Venere e Mercurio; poi Salmace si fonderà con l’amato in un essere maschile e femminile. Qui è descritto il giovane che nuota in un laghetto, nudo e spiato dalla ninfa che se ne è innamorata. Marinista, ma di non stretta osservanza, Girolamo Preti si fa notare per l’aderenza al testo ovidiano, per l’esattezza naturalistica dei particolari propria dell’arte secentesca, per i contrasti eleganti dei concetti e delle immagini, per le reminiscenze del Petrarca e del Tasso che qua e là balenano in un testo già molto luminoso.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Girolamo Preti (Bologna 1582? - Barcellona 1626), poeta cortigiano, vive a Ferrara e a Modena presso gli Este, a Genova con i Doria, a Roma al seguito del cardinale Francesco Barberini, che accompagna in un viaggio in Spagna, nel corso del quale muore improvvisamente. Amico di Giambattista Marino, che ne riconosce lo “spirito delicatissimo”, è autore della Salmace (1608) e di altri idilli come l’Amante occulto, l’Amante timido, I progressi amorosi (1618); il volume delle sue Poesie (1614), tra i più celebrati del secolo, è più volte ristampato. Scrive anche il trattatello Intorno all’onestà della poesia (1618), nel quale la poetica marinista è spiritualizzata e riportata ai modelli platonici e del Dolce stil nuovo. La sua poesia può essere considerata una prefigurazione dei modi e dei temi che saranno propri dell’Arcadia settecentesca.
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