Deh fammi una canzon

      “Deh fammi una canzon, fammi un sonetto”
       mi dice alcun ch’ha la memoria scema,
       e parli pur che, datomi la tema,
       i’ ne debba cavare un gran diletto.
5        Ma e’ non sa ben bene il mio difetto
       né quanto il mio dormir per lui si strema,
       ché prima ch’una rima del cor prema,
       do cento e cento volte per lo letto.
       Poi lo scrivo tre volte a le mie spese,
10        però che prima corregger lo voglio
       che ’l mandi fuor tra la gente palese.
       Ma d’una cosa tra l’altre mi doglio:
       ch’i’ non trovai ancora un sì cortese
       che mi dicesse: “Te’ il denai’ del foglio”.
15        Alcuna volta soglio
       essere a bere un quartuccio menato
       e pare a loro aver soprapagato.

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PARAFRASI

“Dài, fammi una canzone, fammi un sonetto” mi dice uno che ha scarsa intelligenza, e crede anche che, quando m’ha dato il soggetto, io ne debba trarre un gran divertimento. Ma non conosce le mie difficoltà, e quanto il mio sonno si riduca allo stremo, ché prima di riuscire a spremermi dal cuore una rima io mi rigiro più di cento volte nel letto. Poi lo scrivo tre volte, con gran dispendio d’energie, perché lo voglio correggere prima che sia reso pubblico. Ma di una cosa soprattutto mi lamento: non ne ho ancora trovato uno tanto cortese da dirmi “Ecco il soldo per il foglio” (il costo della carta). Ogni tanto mi portano a bere un goccio (di vino; il quartuccio era misura inferiore al litro) e credono d’avermi strapagato.

COMMENTO

Nelle sue Rime popolareggianti a sfondo politico e civile, fedeli agli ideali guelfi, come in quelle scherzose e argute o in quelle moraleggianti, Antonio Pucci interpreta quasi giornalisticamente i programmi della cultura borghese fiorentina del suo tempo; nei suoi versi la vivacità avventurosa di un ceto in ascesa si colora di un entusiasmo fervido benché artisticamente poco organizzato. In questo ben noto sonetto caudato, tra i suoi migliori, il poeta protesta, con giocosa vivacità, perché tutti gli chiedono di comporre versi su ordinazione trascurando poi di pagarlo, e soprattutto non considerando la fatica che lo scrivere versi degni di pubblicazione richiede a chi lo faccia seriamente.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Antonio Pucci (Firenze 1310 circa - 1388), campanaro (1334), banditore e “approvatore” (funzionario) del Comune (1349), autodidatta, è tra i rimatori più rappresentativi della letteratura borghese del Trecento. La sua abbondante produzione, molto popolare (il che ne rende difficile l’esatta ricostruzione), comprende sonetti, sirventesi, cantari in ottave sulle vicende di Firenze, come i sette dedicati alla guerra contro Pisa (la Guerra di Pisa, 1362-64) e cantari cavallereschi, tutti destinati alla lettura sulle piazze, tra cui il Gismirante, il Bruto di Brettagna, la Reina d’Oriente, l’Apollonio di Tiro (in sei canti), la Madonna Lionessa. Gli si devono inoltre una riduzione in 91 canti in terzine della Cronica di Giovanni Villani, il Centiloquio (i canti previsti erano 100), un poemetto in terzine sulle usanze popolari della città, La proprietà di Mercato Vecchio, e le Noie, un lungo capitolo che enumera le cose sgradevoli, sull’esempio dell’antico genere dell’enueg. Un suo zibaldone di componimenti, appunti e notizie (Libro di varie storie, o Fiorita) è stato pubblicato nel 1957.
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