Vespro di Natale

      Incappucciati, foschi a passo lento
       tre banditi ascendevano la strada
       deserta e grigia, tra la selva rada
       dei sughereti, sotto il ciel d’argento.
5        Non rumori di mandre o voci il vento
       agitava per l’algida contrada.
       Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada
       ridea bianco nel vespro sonnolento.
       O vespro di Natale! Dentro il core
10        ai banditi piangea la nostalgia
       di te, pur senza udirne le campane:
       e mesti eran, pensando al buon odore
       del porchetto e del vino, e all’allegria
       del ceppo, nelle loro case lontane.

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NOTE

6 algida: gelida.
7 Monte Spada: presso Fonni (Nuoro), nel Gennargentu (1298 m).
11 di te: del vespro di Natale, in cui nei paesi suonano le campane.
13 porchetto: il maialino arrosto, tipico della cucina sarda.
14 ceppo: grosso pezzo di legno che brucia nel focolare.

COMMENTO

Il sonetto, dai Canti barbaricini, sembra precorrere l’atmosfera di certi film del West o della Resistenza in montagna, ambientando in un paesaggio aspro e selvoso, privo di colori e di suoni, e con un linguaggio secco come un’acquaforte, le figure solitarie e meste di tre banditi: uomini, cioè, che - essendosi ribellati a uno Stato estraneo e improvvido - si sono posti da sé al bando dalla vita normale, condannati a fuggire lontano dalle loro case e dai loro affetti; certamente fuorilegge, ma immersi in un alone romanticamente avventuroso perché tagliati fuori dal mondo in cui tutti gli altri possono godere dell’atmosfera natalizia, nel calore del focolare, del buon cibo e del buon vino. Con fraterna pietà il poeta condivide la mestizia di questi infelici, facendoceli sentire, almeno in parte, vittime del destino. La nostalgia del Natale, centro ideale della composizione, che “piange” nel loro cuore suggerisce un oscuro desiderio di pentimento e di riscatto.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Sebastiano Satta (Nuoro 1867-1914), avvocato di successo, carducciano- pascoliano in poesia e socialisteggiante-umanitario in politica, uomo profondamente legato alla sua terra, fonda il quotidiano La via. Nel 1908 è colpito da una paralisi che ne interrompe la carriera ma gli consente di continuare l’attività poetica. Dopo i Versi ribelli (1893) pubblica i Canti barbaricini (1910); postumi (1924) sono i Canti del salto e della tanca, anch’essi ispirati al mondo pastorale isolano, del quale Satta è in poesia il cantore più illustre, benché la sua opera - interrotta dalla malattia e dalla morte precoce - non possa rivaleggiare con quella della sua contemporanea Grazia Deledda.
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