Dono avuto d’un fiore

      Splendea d’alta finestra il viso adorno,
       in cui natura ogni sua grazia pose;
       qual, coronata di celesti rose,
       appar l’aurora dal balcon del giorno.
5        Io, che sempr’erro al car’albergo intorno,
       qual fanno intorno ad urna ombre dogliose,
       fermo era, quando, avvista, ella s’ascose,
       tutta vermiglia d’amoroso scorno.
       E gettommi in ritrarsi un fior dal seno,
10        in atto che fu studio e parve errore;
       di che augurio prend’io felice appieno
       che, forse, appresso al picciolo favore
       verrà l’intera grazia un dì, non meno
       che venir soglia il frutto appresso al fiore.

  • Condividi
PARAFRASI

Da un’alta finestra risplendeva il (suo) bel viso, nel quale la natura ha posto ogni attrattiva, come l’aurora appare dal balcone del giorno, incoronata di rose celesti. Io, che mi aggiro sempre intorno alla sua cara dimora come fanno le ombre addolorate intorno a un sepolcro, vi indugiavo quando lei, che mi aveva visto, si nascose, arrossendo di vergogna amorosa. E nel ritrarsi mi lanciò un fiore (che si era tolta) dalla scollatura, con un gesto che era studiato e che lei finse d’aver fatto inavvertitamente; e da questo io traggo un augurio del tutto felice; che forse, dopo il piccolo gesto favorevole, un giorno possa giungere la grazia intera, proprio come dopo il fiore viene il frutto.

COMMENTO

Fautore ortodosso del petrarchismo e critico severo del Marino, che accusa di poca nobiltà dello stile e di “ladroneccio” (cioè di riprendere “i concetti di diversi scrittori”, violando la regola della ‘novità’), nei propri versi Tommaso Stigliani è a sua volta un manierista che non rifugge dalla “locuzione artificiosa” tipica del suo secolo, con le metafore preziose ma esagerate e gli effetti di semplicità solo apparente. A questo sonetto (dal primo libro delle rime, del 1605) non manca una certa grazia pittorica, che però appare soverchiata dalle immagini, con l’innamorato simile alle ombre funebri, il timido rossore della fanciulla che la fa diventare tutta vermiglia d’amoroso scorno, fino alla conclusione - certo non fedele alla teoria della ‘novità’ - presa quasi di peso dal Paradiso di Dante (XXVII, 148: “e vero frutto verrà dopo ’l fiore”).

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Tommaso Stigliani (Matera 1573 - Roma 1651) conosce a Napoli Giambattista Marino, di cui diverrà un accanito detrattore nel suo Dello Occhiale (1627, due anni dopo la morte del rivale), puntigliosa stroncatura dell’Adone, che gli procurerà non pochi avversari. Vive a Roma, a Milano e a Torino e, a lungo, dal 1603, a Parma, alla corte del duca Ranuccio I Farnese. Benché si professi loro avversario, la sua produzione non è molto lontana da quella dei marinisti. Dopo il poemetto pastorale Polifemo (1600) e il primo Canzoniero (1605), messo all’Indice per alcuni indovinelli di contenuto osceno, diviene Principe dell’accademia degli Innominati a Parma; compone il poema epico Il Mondo Nuovo, su Cristoforo Colombo (di cui escono nel 1617 i primi 20 canti, nel 1628 l’edizione completa in 34 canti). Nel 1623, a Roma, cura l’edizione del Saggiatore di Galileo Galilei e pubblica la redazione definitiva del Canzoniero, in otto libri.
0