Strane rupi, aspri monti

      Strane rupi, aspri monti, alte tremanti
       ruine, e sassi al ciel nudi e scoperti,
       ove a gran pena pòn salir tant’erti
       nuvoli in questo fosco aere fumanti;
5        superbo orror, tacite selve, e tanti
       negri antri erbosi in rotte pietre aperti:
       abbandonati, sterili deserti,
       ov’han paura andar le belve erranti;
       a guisa d'uom, che per soverchia pena
10        il cor triste ange, fuor di senno uscito,
       sen va piangendo, ove il furor lo mena,
       vo piangendo io tra voi: e se partito
       non cangia il ciel, con voce assai più piena
       sarò di là tra le meste ombre udito.

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PARAFRASI

Rupi bizzarre, montagne dirupate, rovine alte e pericolanti, pietre messe a nudo ed esposte a cielo aperto, sulle quali possono a fatica salire tanto alte nuvole di fumo in questa densa e scura atmosfera; luogo deserto e spaventoso, dense foreste silenziose, e tante nere caverne, invase dalle erbacce, aperte dentro gli spacchi delle rocce franate: deserti sterili e abbandonati, dove temono di avventurarsi, vagando, anche le bestie feroci; come un uomo che per il troppo dolore il cuore fa tristemente soffrire fino a perdere il senno, ed erra qua e là dove lo porta la sua furia disperata, io vado piangendo in mezzo a voi: e se il cielo non cambia le proprie decisioni, nell’Aldilà, tra le meste ombre (dei morti), sarò sentito (lamentarmi) con voce molto più forte.

COMMENTO

La visione apocalittica del Montenuovo, formatosi in seguito all’eruzione vulcanica dei Campi Flegrei nella notte del 29 settembre 1538, è presentata in questo noto sonetto (dal Canzoniere) come un paesaggio paragonabile alle tormentose pene di un amore infelice: si allarga faticosamente in versi cupi, altisonanti e, si direbbe, tridimensionali, più simili a quelli di Dante che alle melodie petrarchesche (delle quali, però, non manca l’eco nelle terzine conclusive). Tra Rinascimento e Controriforma, anticipando l’ondata barocca, Luigi Tansillo impone autorevolmente la sua nobile forma manierista e pre-marinista nel panorama della poesia meridionale del suo tempo.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Luigi Tansillo (Venosa, Potenza, 1510 - Teano, Caserta, 1568), di famiglia aristocratica, al servizio del viceré di Napoli don Pietro di Toledo e poi di suo figlio, don García, al cui fianco combatte i Turchi e i pirati, è capitano di giustizia a Gaeta dal 1562. Scrive l’egloga drammatica I due pellegrini (1527, rifatta e rappresentata nel 1538) e i poemetti in ottave Il vendemmiatore (1532), fortemente licenzioso e per questo posto all’Indice, e Clorida (1547); Le lagrime di San Pietro (iniziato nel 1539, ripreso nel 1559 ma incompiuto); i poemetti didascalici in terzine La balia (1552) e Il podere (1560). Le liriche in cui canta in forme tardo-petrarchiste l’amore per una dama d’alto lignaggio, Maria d’Aragona d’Avalos, sono raccolte nel Canzoniere, forse la sua opera migliore (postumo, 1711).