Non seranno i capei sempre d’or fino

      Non seranno i capei sempre d’or fino,
       non seran sempre perle i bianchi denti,
       non sempre aràn splendor gli occhi toi ardenti,
       né sempre rose il bel volto divino.
5        Belleza è come i fior, che nel matino
       son freschi e vaghi e poi la sera spenti,
       né noi se renoviàn come i serpenti,
       che nati son sotto miglior destino.
       Deh, muta hormai questi costumi altieri,
10        ché i giorni corron più che cervi e pardi,
       e stolta sei, se sempre durar speri.
       Manca ogni cosa, e se nel specchio guardi,
       vedrai che non sei quella che fusti heri;
       però provedi a non pentirte tardi.

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PARAFRASI

I (tuoi) capelli non saranno sempre d’oro puro, i denti bianchi non saranno sempre perle, i tuoi occhi ardenti non avranno sempre (questo) splendore, né il tuo volto divino sarà sempre come le rose. La bellezza è come i fiori, che nel mattino sono freschi e belli e poi, la sera, sono sfioriti, e noi non ci rinnoviamo (mutando pelle) come i serpenti, che sono nati con una sorte migliore. Suvvia, cambia il tuo comportamento superbo, perché i giorni corrono più veloci dei cervi e dei leopardi, e tu sei sciocca se speri di durare per sempre. Tutte le cose finiscono, e se ti guardi nello specchio vedrai che non sei più quella di ieri: perciò agisci in modo da non pentirti (troppo) tardi (di non aver approfittato delle occasioni).

COMMENTO

Come altri fra i poeti più ammirati - Giusto de’ Conti, Serafino Aquilano - delle corti italiane tra il XV e il XVI secolo, il Tebaldeo è destinato a cedere a poco a poco il passo all’ortodossia petrarchista codificata dal Bembo. In questo sonetto, ben costruito sulle simmetriche negazioni della prima quartina, campeggia il tema principale della poesia quattrocentesca dal Poliziano a Lorenzo il Magnifico (di ascendenza ovidiana, e che poi continuerà nei sonetti di Ronsard e di Shakespeare): quello del tempo che passa inesorabile, e consuma la bellezza fugace dei fiori e delle fanciulle, accoppiato a un altro tema più ‘moderno’, quello dello specchio, muto ma eloquente testimone della continua metamorfosi del presente verso la dissoluzione finale; con l’invito, più o meno esplicito, a cogliere oggi le rose della vita.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Antonio Tebaldi, che modifica umanisticamente il suo nome in Tebaldeo (Ferrara 1463 - Roma 1537), si fa luce nell’ambiente della corte estense; nel 1494 è presso i Bentivoglio a Bologna; a Mantova, nel 1495, è precettore di Isabella d’Este. Nel 1498 il cugino Iacopo, quasi a sua insaputa, pubblica le sue Opere d’amore, che hanno grande successo. Tornato a Ferrara, dal 1506 al 1508 è segretario di Lucrezia Borgia. Nel 1513, alla corte di Mantova, cade in disgrazia per una grossa lite; riparato a Roma, vi trova accoglienza presso papa Leone X. Arciprete a Brentonico (Verona) dal 1525, nel 1527 torna a Roma, ove perde libri e averi nel Sacco della città. Qui, invecchiato e ammalato, trascorre gli ultimi anni. La sua opera è pubblicata in molte raccolte sparse; l’edizione completa, in quattro tomi, delle sue circa 800 composizioni (egloghe, epistole, stanze, moltissimi sonetti) è del 1989-92.
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