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La canzone italiana: dalla lingua domopack al complesso pop

Giuseppe Antonelli
Dalla “lingua domopack” al “complesso pop”: ecco come si è diversificato il linguaggio usato nelle canzoni italiane. Da una parte c’è un “testo trasparente” che si limita a racchiudere la melodia con forme linguistiche che riportano all’origine della canzone italiana, usando alcuni “trucchi della nonna” come l’accento finale sull’ultima parola di un verso, e quindi un ampio uso del futuro oppure dell’inversione delle parole (es. “più bella cosa non c’è”) o imperativi imploranti (“amami”, “parlami”, “scrivimi”). È lo stile usato da artisti come Laura Pausini, Eros Ramazzotti o Renato Zero.
Dall’altra parte c’è la musica indipendente, alternativa, caratterizzata da una scrittura sempre più attenta alla confezione del testo e che non ha paura di giocare con la lingua (testi di Caparezza o di cantautori come Daniele Silvestri e Samuele Bersani). Una musica originariamente semplice, come quella pop o rock, che oggi non ha paura di scrivere testi particolarmente elaborati dal punto di vista linguistico, come accade per i gruppo dei Marlene Kuntz: sul palco di Sanremo hanno avuto il coraggio di usare espressioni anche letterarie, come “ebbrezza effimera”.
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